Bullismo è il caso di preoccuparsene?

I dati statistici ci dicono che almeno un bambino su 3 è o è stato vittima di un “bullo”.

In Italia i dati non sono ancora definitivi, ma in questi ultimi anni si sono intensificate le ricerche che stanno confermando questo risultato.

Prima di chiederci il perché solo ora si sia iniziato a parlare con tale enfasi del bullismo, cerchiamo di capire che cosa si intende con tale termine.

Il bullismo è un abuso di potere. Secondo alcuni studi perché una relazione tra soggetti possa essere letta sotto questa prospettiva, devono essere soddisfatte almeno due condizioni:

  1. devono esserci dei comportamenti di prevaricazione diretta o indiretta;
  2. le azioni devono essere reiterate nel tempo tra gli stessi soggetti (bullo/i e vittima/e).

Possono essere distinti tre tipi di bullismo: il bullismo verbale diretto che viene utilizzato allo stesso modo sia dai bulli maschi che da quelli femmine; poi c’è il bullismo fisico diretto che statisticamente è una forma più maschile; ed in fine il bullismo indiretto che è più femminile e che si distingue in comportamenti in cui non si rivolge più la parola alla vittima, la si segue e guarda con cattiveria, la si esclude dai gruppi di aggregazione o vengono diffuse dicerie che lo pongono in cattiva luce.

Ponendo attenzione ai vari tipi di bullismo, possiamo anche osservare che i ruoli non sono definiti solo dal bullo e dalla vittima, ma molto spesso gli attori sono molti di più di quello che si pensa.

Può essere individuato il bullo leader, ovvero l’ideatore delle prepotenze; i gregari, che partecipano alle prepotenze sotto la guida del leader; i sostenitori, ovvero coloro che assistono senza prendere parte all’azione ma sostenendola attivamente con incitamenti, risolini e via di seguito. La responsabilità di chi guarda e tace, contribuisce in larga misura a determinare il fenomeno aggravando la situazione della vittima e costruendo aspettative di ruolo verso i bulli che si espongono maggiormente.

Poi abbiamo la vittima, che possiamo distinguere in: vittima passiva, che subisce le prepotenze senza riuscire a reagire; e vittima provocatrice, che ingaggia duelli serrati con il bullo, stuzzicandolo, fino a che questo non risponde con un’azione di prepotenza.

Inoltre, quando parliamo di bullismo dobbiamo prendere in considerazione tutta la sub-cultura che tale definizione sottende.

Tutti, uomini o donne indistintamente, cerchiamo di affermarci. Allo stesso modo bambini e bambine, in un certo senso emulando gli adulti, cercano la propria affermazione ribellandosi alle regole che gli adulti gli impongono.

Allora la socializzazione infantile risulta, un processo delicato perché influisce sui valori di base; così i bambini prendono sul serio le aspettative ideali e, solo attraverso le esperienze maturate nel tempo, impareranno a distinguere tra queste e quanto ci si può ragionevolmente attendere in una situazione.

Allora possiamo fare una distinzione tra i diversi momenti nello sviluppo del bambino. Nei primi anni di vita i più importanti agenti di socializzazione sono i genitori e i fratelli. Funzione di questa prima socializzazione non è quella di instillare la conoscenza sui ruoli ma quella di motivare il bambino ad affidarsi agli altri. Poi tra i tre e gli otto anni aumentano le persone che entrano in contatto con il bambino (maestre d’asilo, insegnanti, animatori, catechisti, etc.) e, nel periodo scolastico il gruppo dei pari diventa sempre più importante, fino al punto che nella pubertà il gruppo può avere un’influenza maggiore di quella dei genitori. E’ in questi anni che lo sviluppo personale (fiducia, desiderio di approvazione) si accresce sulle basi gettate nella prima infanzia.

Così gli screzi, le incomprensioni, le litigate possono sottendere dei veri e propri atti di bullismo come metodologia di affermazione.

Sottolineiamo che l’individuo adulto è portato a subire la pressione del gruppo rispondendo in maniera costruttiva e adattiva-evolutiva, perché nelle relazioni adulte si bilancia l’insistenza con la manifestazione del disaccordo; si tende al compromesso attraverso la negoziazione o si è in grado di allontanarsi quando non si riescono a trovare punti di contatto. Invece in una situazione di normale conflitto tra bambini ed adolescenti, nessuno di questi elementi è presente e ciò può essere fonte di problematiche di non poco conto, il bullismo appunto, che è caratterizzato da alcuni aspetti peculiari:

  • intenzione di fare del male e dalla mancanza di compassione;
  • potere del “bullo”;
  • vulnerabilità della vittima.

E in queste situazioni, la mancanza di sostegno porta la vittima a sentirsi isolata ed esposta, così spesso nella paura di riferire gli episodi temendo rappresaglie e vendette, consegue un danno per l’autostima della vittima, che si mantiene nel tempo e induce la persona ad un considerevole disinvestimento nella scuola e, talvolta, alcune vittime diventano a loro volta aggressori.

Per questo, fermare gli episodi di bullismo nel preciso momento in cui vengono visti è fondamentale. Poi, successivamente, bisogna cercare di capirne le cause sostenendo prioritariamente le vittime (anche quando sembra che colludano con l’aggressore) e stimolare e favorire la cultura del raccontare, in un clima di chiarezza e fermezza ed al tempo stesso il meno punitivo e colpevolizzante possibile.

Concludendo, il bambino che espone un disagio, attraverso il suo atto, cerca di comunicare qualcosa che fino a quel momento non è riuscito a dire a nessuno. Allora, saper ascoltare attentamente, spesso equivale a prevenire situazioni di bullismo.

Dobbiamo tenere conto che negli ultimi tempi, la parola bullismo è stata enfatizzata a tal punto che talvolta viene usata impropriamente per descrive atti aggressivi che sono parte integrante del percorso di crescita sociale di ogni individuo. Però altre volte viene sottovalutata e sostituita da concetti del tipo: “Queste cose ci sono sempre state, e siamo cresciuti bene anche noi. In fondo è il modo in cui i bambini imparano ad arrangiarsi nella vita”. Ma in questi casi il rischio è che il bullismo venga confuso con la normale aggressività.

Allora solo l’ascolto attento e preparato dell’adulto verso il bambino, porta ad una corretta visione dei fatti che a sua volta, permette al bambino di individuare quelle figure di riferimento capaci di mediare la sua aggressività attraverso l’emotività.

Per ulteriori informazioni
Roberto Ercolani

roberto.ercolani@psicologoweb.net

349.3520327

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